L’obiezione di coscienza, particolarmente nell’ambito della sanità pubblica e, nello specifico, nei confronti dell’aborto, rappresenta uno degli aspetti più controversi del dibattito sui diritti civili e sulla libertà di scelta delle donne. Questo tema si interseca inevitabilmente con la questione dell’ingerenza religiosa nella sfera pubblica, ed è innegabile che il peso di alcune istituzioni religiose, come la Chiesa Cattolica, ha determinato profonde conseguenze sulla possibilità effettiva di esercitare il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, sancito dalle leggi dello Stato.
L’aborto, legalizzato in molti Paesi attraverso leggi democraticamente approvate, è un diritto riconosciuto che permette alle donne di decidere in autonomia sul proprio corpo e sulla propria vita. In Italia, la legge 194 del 1978 rappresenta una conquista sociale e civile che dovrebbe garantire a tutte le donne il diritto di interrompere la gravidanza entro i limiti stabiliti dalla legge. Tuttavia, la realtà dei fatti mostra come questo diritto, sebbene formalmente tutelato, venga sistematicamente minato e reso quasi inaccessibile in molte regioni del Paese a causa di un ricorso massiccio e diffuso all’obiezione di coscienza da parte dei medici e del personale sanitario.
In taluni casi, la percentuale di obiettori di coscienza in alcune strutture ospedaliere raggiunge livelli così elevati da rendere di fatto impossibile accedere al servizio di interruzione di gravidanza. Questo non solo rappresenta un disservizio pubblico, ma configura un vero e proprio tradimento dello spirito della legge. Una legge che dovrebbe garantire l’autodeterminazione della donna viene resa inefficace da coloro che, pur facendo parte del sistema sanitario pubblico e operando in una struttura che dovrebbe garantire la piena applicazione della normativa, si rifiutano di eseguire un compito che la legge stessa prevede.
Il problema centrale è che l’obiezione di coscienza, se mal regolamentata, finisce per essere strumentalizzata non come un diritto individuale del singolo medico, ma come un mezzo per imporre un’etica religiosa e morale su tutta la società, soprattutto su quelle donne che, per scelta personale, decidono di interrompere la gravidanza. In un sistema sanitario pubblico, l’obiezione di coscienza non dovrebbe essere mai utilizzata come una scusa per negare l’accesso a un diritto fondamentale. Il diritto alla salute e alla libera scelta riproduttiva delle donne non può e non deve essere subordinato alle convinzioni personali, ideologiche o religiose dei professionisti sanitari.
L’influenza della Chiesa Cattolica in Italia su questi temi è evidente. Non è un segreto che, attraverso il controllo delle coscienze e delle istituzioni, la Chiesa abbia esercitato una pressione costante affinché l’aborto non venga percepito come un diritto, ma piuttosto come una pratica immorale da ostacolare in ogni modo. Il risultato di questa pressione è sotto gli occhi di tutti: intere strutture ospedaliere in cui non vi è un solo medico non obiettore, costringendo le donne a viaggi lunghi, stressanti e, spesso, umilianti per accedere a una procedura che dovrebbe essere garantita in ogni ospedale pubblico.
Questo scenario configura una situazione in cui l’obiezione di coscienza non è più una scelta individuale, ma un sistema di controllo collettivo, una sorta di ingerenza morale che vincola l’intero sistema sanitario a una visione del mondo ancorata a principi religiosi. Ciò crea un profondo squilibrio tra il diritto della donna a decidere del proprio corpo e il presunto diritto del medico di rifiutarsi di eseguire una pratica medica prevista dalla legge. Ma questo squilibrio non può essere tollerato in uno Stato che si definisce laico e democratico. Se una legge viene approvata democraticamente, deve essere garantito che possa essere effettivamente applicata. Non è accettabile che un diritto venga eroso dall’interno da una categoria di professionisti che, invece di svolgere il proprio compito, antepongono le proprie convinzioni personali all’interesse generale.
L’obiezione di coscienza, per come viene praticata oggi in Italia e in altri paesi con una forte tradizione religiosa, è diventata un ostacolo strutturale all’esercizio di un diritto legittimo. È evidente che esistono medici che, per ragioni personali, non vogliono eseguire aborti. Tuttavia, il sistema deve garantire che, in ogni struttura pubblica, ci sia sempre personale disponibile per eseguire questa procedura. Se ciò non avviene, si crea una discriminazione inaccettabile che colpisce le donne, costrette a subire le conseguenze di una sanità pubblica che non rispetta la propria missione.
Al di là delle questioni morali o religiose, il principio cardine dovrebbe essere quello di rispettare le leggi dello Stato. Se un medico, per motivi di coscienza, non intende eseguire una procedura legale, deve esserci un sistema che garantisca comunque il diritto del paziente, senza creare disservizi o vuoti di assistenza. Questo è particolarmente urgente quando si parla di aborto, poiché la difficoltà di accesso può avere conseguenze gravissime, costringendo le donne a ricorrere a metodi illegali e pericolosi, riportando indietro l’orologio a un’epoca in cui l’aborto clandestino rappresentava una delle principali cause di mortalità tra le donne.
In conclusione, è imperativo riformare il sistema sanitario affinché l’obiezione di coscienza non diventi un mezzo per negare diritti, ma rimanga una scelta individuale che non interferisca con l’erogazione di servizi essenziali. L’ingerenza morale di una parte della società non può essere imposta su chi decide di seguire un percorso diverso, e lo Stato ha il dovere di garantire che ogni cittadino possa accedere ai servizi che la legge prevede, senza essere ostacolato da convinzioni religiose o morali che non dovrebbero interferire con la sanità pubblica. L’autodeterminazione delle donne, in quanto esseri umani dotati di coscienza e diritti, deve essere tutelata sopra ogni altra considerazione.