I falsi miracoli di Carlo Acutis: la circonvenzione sacralizzata

Il lato oscuro dei miracoli proclamati

La Chiesa cattolica, nel proclamare Carlo Acutis santo, ha messo in scena l’ennesimo dramma spirituale che non ha nulla di spirituale: due guarigioni presentate come “miracoli”, due storie gonfiate fino a diventare propaganda, due famiglie ridotte a strumento della macchina ecclesiastica.

Qui non c’è fede, qui c’è calcolo. Non c’è sacralità, c’è marketing dell’anima.


La dinamica del miracolo inventato

Un bambino gravemente malato, una ragazza in coma. Due quadri emotivamente perfetti per la narrazione religiosa: l’innocenza infantile e la giovinezza spezzata. In entrambi i casi, la medicina registra miglioramenti imprevisti — cosa che accade, perché la biologia non è matematica deterministica — e la Chiesa si appropria immediatamente dell’evento.

Il miracolo non è osservato, non è dimostrato, non è documentato con criteri scientifici: è proclamato. Basta una commissione interna, basta un decreto, basta la volontà di trovare ciò che serve.

Non importa che milioni di bambini muoiano ogni anno nonostante le preghiere. Non importa che innumerevoli madri restino senza risposta davanti ai letti d’ospedale. La logica è spietata: due casi fanno il santo, gli altri milioni non contano nulla.


La circonvenzione degli incapaci

La Chiesa ha sempre saputo una cosa: il dolore è la porta più facile per entrare nelle coscienze. Lì, nel cuore spezzato dei genitori, nella disperazione di una madre che veglia un corpo in coma, si insinua l’offerta di un nome, di un’immagine, di una reliquia. È lì che avviene la vera operazione: usare la vulnerabilità come carburante del dogma.

Questo non è un atto di fede, è circonvenzione psicologica.
Non c’è differenza sostanziale con il venditore di pozioni che sfrutta la paura della malattia: cambia solo la veste, qui è la tonaca, qui è il lessico sacro.

La Chiesa non porta prove: porta storie. Non porta guarigioni sistematiche: porta eccezioni gonfiate. Non porta logica: porta suggestione.


Il nuovo culto del “santo influencer”

Carlo Acutis è stato scelto perché funziona: un ragazzo giovane, appassionato di computer, morto troppo presto. È il volto perfetto per una generazione che la Chiesa non riesce più a raggiungere. È l’operazione di marketing spirituale più astuta degli ultimi decenni: il santo digitale, l’influencer di Dio, il testimonial pulito da esibire in un mondo che la fede la rifiuta.

Il suo culto non nasce dai miracoli, ma dall’utilità. È un prodotto confezionato per attrarre i giovani, per dimostrare che anche oggi, in piena era tecnologica, la Chiesa può avere il suo eroe. Il miracolo, in questo schema, non è che un marchio di garanzia, un sigillo di autenticità applicato su un brand già pronto.


La violenza del simbolo

Chiamare “miracolo” una remissione spontanea non è innocuo: è una violenza simbolica. Significa dire a tutte le altre madri che pregano invano: “Se non è successo a te, è perché Dio non ti ha scelto”. Significa perpetuare l’idea che la malattia sia campo di battaglia del soprannaturale, non della scienza. Significa gettare milioni di persone in una colpa muta: non essere state abbastanza devote, non aver pregato il santo giusto.

Questa è la crudeltà nascosta sotto il linguaggio dolce della fede. Questa è la vera bestemmia: trasformare il dolore umano in propaganda ecclesiastica.


Sentenza

La canonizzazione di Carlo Acutis non è celebrazione di santità: è un’operazione di potere.
I miracoli attribuiti non sono eventi soprannaturali: sono strumentalizzazioni.
Le famiglie coinvolte non sono testimoni di fede: sono state usate come carne da narrazione.

Non si tratta di religione, ma di gestione del consenso. Non si tratta di fede, ma di sfruttamento delle fragilità. Non si tratta di Dio, ma di potere.

Il vero miracolo non è il pancreas guarito o la ragazza svegliata: il vero miracolo è che ancora oggi la Chiesa riesca a imporre queste favole come verità assolute.
E il vero scandalo è che una società intera continui a chinare la testa davanti a questa circonvenzione millenaria, rivestita d’oro e incenso, e chiamarla “santità”.


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